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Luci e ombre della IV Direttiva antiriciclaggio

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Antiriciclaggio e ComplianceNews

Luci e ombre della IV Direttiva antiriciclaggio

A cura di Igor Rucci, Presidente di SGR Consulting

L’antiriciclaggio è un tema che, negli ultimi dieci anni, ha esponenzialmente incrementato la sua rilevanza. Da un lato la lotta all’evasione fiscale, con conseguente caduta a effetto domino dei vari paradisi fiscali, ha portato i Governi delle principali economie all’elaborazione di norme sempre più stringenti investendo gli operatori della finanza. Dall’altro, l’avanzare del rischio terrorismo ha fatto scaturire la necessità di tutelarsi combattendo il fenomeno alla radice, cioè contrastando il finanziamento di gruppi sovversivi.

La IV Direttiva raccoglie in eredità l’obiettivo della III, ovvero quello di dettare una certa omogeneità in materia di antiriciclaggio su scala europea. Questo è uno degli aspetti positivi che consente ai Paesi membri di remare tutti nella stessa direzione. Tra le novità degne di nota c’è, sicuramente, la maggior severità nelle modalità di adempimento dell’adeguata verifica, quindi dei processi di know your costumer, soprattutto nell’individuazione del cosiddetto titolare effettivo e di strutture complesse quali i trust. Con il recepimento della direttiva europea, l’Italia ha istituito finalmente l’obbligo di registrazione presso il Registro delle Imprese. Altro aspetto da non trascurare è la volontà, evidenziata da Bruxelles, di adottare misure per incentivare il whistleblowing. Senza dimenticare la crescente attenzione nei confronti delle Persone politicamente esposte (PEP), da cui si pretende trasparenza.

Seppur all’avanguardia, la IV Direttiva è perfettibile: il sistema sanzionatorio non è chiaro come dovrebbe lasciando i soggetti obbligati alla mercé dell’interpretazione. Tra gli aspetti poco limpidi relativi al tema delle sanzioni si annoverano, ad esempio, le “violazioni gravi e ripetute” o le “segnalazioni tardive” ancora in fase di discussione. Affinché l’ingranaggio funzioni e sia ben oleato è necessario che i soggetti obbligati lavorino dettami e norme inequivocabili. Non è, inoltre, ancora certo quale sia il ruolo delle Pubbliche amministrazioni nell’attività di prevenzione al reimpiego dei capitali illeciti. Si percepisce che la nuova disciplina riporti le PA a un ruolo di mera “cooperazione” e non più di soggetto obbligato. Ciò significherebbe che gli enti pubblici non sarebbero più tenuti all’invio delle SOS presso l’UIF: se così fosse, sarebbe una grande sconfitta per la lotta alla corruzione all’interno delle sfere pubbliche italiane.

L’inasprirsi della normativa e delle sanzioni ha prodotto i suoi effetti. Secondo i dati divulgati da Bankitalia, nel 2016 ci sono state 101.065 SOS, cifra cresciuta di otto volte in dieci anni, per un importo pari a 88 miliardi di euro. Un dato ancor più rilevante è che ben il 70% delle segnalazioni trasmesse dal UIF al Nucleo speciale di Polizia Valutaria, è stato considerato d’interesse ai fini delle indagini. Anche le due Voluntary disclosure hanno dato un ulteriore slancio alle comunicazioni all’UIF, unitamente all’impegno al contrasto del terrorismo, che costringe a un maggior stato d’allerta.

Di certo, i compliance officer sono sempre più preparati e consapevoli, ma allo stesso tempo “spaventati”. Destreggiarsi nel ginepraio della giurisprudenza non è scontato e pagare caro un errore, magari commesso in buona fede, è compromettente per la carriera. Quindi, oltre alla competenza, influisce molto anche la cautela che caratterizza l’agire dei responsabili antiriciclaggio.

Restano però ancora dei settori nell’ombra, come i compro oro, i money transfer e il mercato dell’arte. Ma il vero antagonista dell’antiriciclaggio è il settore delle criptomonete, la cui caratteristica principale, quella dell’anonimato, consente di effettuare operazioni ambigue senza lasciar traccia.

L’estrema rilevanza di un tema quale quello dell’antiriciclaggio e le sue innumerevoli sfumature ha portato ad una forte esigenza di confronto e di aggiornamento. È per rispondere a questa necessità che è nata l’idea del Salone Antiriciclaggio: in questa occasione i massimi esperti della materia possono portare il loro know how e scambiarsi opinioni, nonché chiarire dubbi e questioni aperte ai soggetti obbligati all’adeguata verifica. Senza dimenticare che la prevenzione al riciclaggio di denaro deve essere intesa come una missione e una pratica che deve entrare nel dna di una finanza etica e proiettata al futuro; creare un appuntamento fisso per parlarne e divulgarne la cultura è stato quasi di dovere.

La formazione specialistica svolge un ruolo importante in questo scenario. Una buona preparazione degli operatori è imprescindibile: una adeguata formazione, infatti, consente ai professionisti di individuare quali siano esattamente le proprie responsabilità e i propri compiti in ambito antiriciclaggio. È anche per questo che il Salone Antiriciclaggio si avvale della partnership tecnica dell’Anti-Money Laundering Diploma della European School of Banking Management, valido percorso di formazione executive in Italia a certificare ufficialmente il possesso delle competenze in uscita.

Tuttavia, la sola teoria non basta e, per svolgere in modo impeccabile l’adeguata verifica, è doveroso dotare i soggetti obbligati di strumenti efficienti ed efficaci per poterla svolgere al meglio, quali banche dati, liste e altri tool di consultazione. Con l’esperienza e una buona “borsa degli attrezzi” si crea quel binomio vincente per fronteggiare l’ostica mansione degli adempimenti antiriciclaggio.

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